meditazione sul dono

 

 

by Silvia Congiu / may 22th 2024

 

Da decenni al centro dell’interesse dell’antropologia culturale, della sociologia, della filosofia e della letteratura, il tema del dono sembra oggi particolarmente attuale, specialmente se considerato - al di là del suo significato profondo e simbolico - in una prospettiva che riguarda quotidianamente, nel tentativo di fare della filosofia uno stile di vita. Il dono, nonostante il suo significato sia spesso accompagnato alla nozione di ‘generosità’ o ‘gratuità’, è una questione attiene non tanto alla cosa, quanto ale nostre relazioni, a quel legame invisibile che la cosa donata crea fra chi la offre e chi la riceve. A partire dal Saggio sul dono, pubblicato dal sociologo francese Marcel Mauss nel 1924, le riflessioni sul tema si sono concentrate sulla capacità del dono s di istituire relazioni fra gruppi sociali, attinenti alla convivenza sociale e in alcuni casi riconducibili a quell’obbligo della reciprocità che sarebbe all’origine della logica pre-economica di ogni società basata sul mercato. Nucleo essenziale di questa meditazione sul dono è tuttavia, al di là delle sue interpretazioni, il ritorno al concetto della gratuità come esperienza, come paradigma di un nuovo modo di concepire i rapporti umani, fuori dal pensiero unico della dittatura dell’utile, che il capitalismo sostiene e alimenta. Dono dunque come esperienza riguardo alla vita, che non ha né ritorno né resa, che, come sostenuto da George Battaille nella sua Economia generale del dispendio, è “come il sole che effonde incessante i suoi raggi su ogni cosa, o come la rosa che fiorisce senza un perché”. Il dono, dunque, come chiave di un nuovo modo di vivere, possibilità di immaginare il nostro essere insieme in forme altre, lontane da quelle tipiche della società monetaria, retta su logiche utilitaristiche, senso di estraneità, spirito di competizione, l’individualismo e da quelle identità antirelazionali, separate, autocentrate, che sembrano caratterizzare il nostro tempo. Ambiguo e avvelenato appare spesso il dono nella storia della cultura occidentale, dal fuoco di Prometeo, fino alla mela di Paride e al cavallo di Troia del poema di Omero. Dalle conseguenze imprevedibili dei dono chiesti agli déi, ovvero della possibilità che essi si rivelino dei doni avvelenati, mette in guardia anche Socrate: “Zeus, Re, ciò che è bene daccelo tu / sia che lo chiediamo o no in preghiera, / ma ciò che è male allontanalo tu / anche se lo chiediamo in preghiera” (Alcibiade Minore 143a). Allo stesso modo ambigui, avvelenati, paiono ancora oggi tutte quelle offerte in bilico tra il dono di sé e l’affermazione di un dominio, sostenute da quella logica del potere che offre perché qualcosa possa chiedere in cambio. Perché il dono possa tornare alla sua delicatezza è allora forse necessario che esso sia, come suggerisce Jacques Derrida nel saggio Donare il tempo, atto segreto, silenzioso, capace di tessere fili e custodire memorie. Ripensare il concetto del dono in questi termini, nella sua dimensione gratuita e silenziosa, significa ritrovare quel tratto della filosofia come cura di sé e dono di sé, tornare alla filosofia come atto disinteressato, come pratica che modella la vita del filosofo, così come di ogni essere umano nelle varie forme del suo essere con. Intendere la pratica del dono come forma di relazione può essere allora all’origine di un ripensamento profondo del nostro modo di fare comunità, e di conseguenza promuovere quel cambiamento di vita che la crisi che stiamo attraversando richiede. Lungi da essere un concetto astratto, il dono può essere praticato per migliorare la qualità delle nostre relazioni quotidiane; a partire dalle cose semplici, dalle nostre relazioni all’interno di una comunità, o un quartiere, dalle pratiche di volontariato, associazionismo culturale, solidarietà e scambio nelle sue forme più semplici ed elementari; dono del nostro tempo, dei nostri pensieri, dei nostri gesti, della nostra cura. Il dono dunque lontano dalla banalizzazione dell’“amore per il prossimo”, possibilità di slancio che connette, che riflette, che si riversa per amor di sé, proprio come il sole riflette la sua luce nel mare. È il prendersi cura reciprocamente che nella logica della gratuità si manifesta, quando - a partire dalla nostra pratica di vita - ci mostriamo capaci di fermarci e di far spazio all’essere rispetto all’illimitatezza dell’avere. Così il dono diviene pratica di leggerezza, silenziosa, capace di intervenire per risanare e lenire quella disarmonia che viene dalla e dalla logica dell’utile, e dalla sua infinita coazione a ripetere.

 

 

 

 

 

 

 

Intervista per us/them/yours

 

 

by Silvia Congiu / October 18th 2023

 

Che cos’è nù erotikà?

nù erotikà nasce come una piccola collezione di underwear; capi realizzati artigianalmente che, al di là della loro funzione estetica, rappresentano un pretesto che utilizzo per tentare di riflettere sull’importanza della cura di sé, dell’identità, del corpo e della fragilità. 

Materie prime organiche, fragili, simboleggiano l’anatomia corporea, la pelle, nella sua umana verità. Un intimo che invita alla sosta, alla contemplazione. Il tentativo di rivolgere lo sguardo a se stessi e al proprio interno, ma anche di capovolgerlo sull’esterno, andando al di là di ciò che semplicemente appare; per tentare di rendere visibile l’invisibile.

Mi piace descrivere nù erotikà come un luogo di decolonizzazione dell’immaginario; uno spazio creativo che spero possa essere spunto per tentare, a partire dalla nostra pratica di vita, di immaginare diversamente la maniera in cui abitiamo e facciamo esperienza del mondo. L’eros – sebbene il termine sia comunemente ricondotto alla dimensione sessuale – si ispira al concetto greco con cui usava designare quel principio divino che incessantemente istiga alla bellezza. Il riferimento quindi è all’erotismo come forza vitale, un incessabile moto verso tutto ciò che stimola il piacere umano: la fantasia, la creatività, l’entusiasmo e il desiderio.

Materie prime organiche, fragili, simboleggiano l’anatomia corporea, la pelle, nella sua umana verità. Un intimo che invita alla sosta, alla contemplazione.

Ci racconti com’è nata l’idea del progetto?

nù erotikà è essenzialmente un progetto autobiografico, nato dal desiderio e dall’urgenza di dar vita a una spazio che rappresentasse il mio mondo interiore, immaginando mondi altri e tentando di abbattere quelle barriere che spesso separano ambiti disciplinari solo apparentemente distanti. In particolare l’aver constatato come i settori creativi siano spesso imprigionati all’interno di rigide logiche razionali, mosse unicamente dall’imperativo capitalistico dell’efficienza, ha suscitato in me il desiderio di immaginare uno spazio dove poter esprimere la creatività in maniera libera, dove poter sperimentare la possibilità di una creatività pensante. Si è trattato di una necessità, emersa con tutta la sua forza negli ultimi anni, che ha coinciso con un momento importante della mia vita, in cui ho provato ad abbandonare la vecchia me per provare ad esplorare parti altre. È così che mi sono avvicinata all’analisi, prima, e all’avventura dell’Analisi Biografia a Orientamento Filosofico, poi. È così che ho ri-scoperto l’importanza di esplorare quello spazio leggero - privo di distanze - tra il sogno, e la vita, il desiderio e lo spazio del quotidiano, di cui possiamo allenarci a cogliere lo straordinario. È il risultato delle due parti che mi animano, una attratta dalla riflessione e dalla contemplazione, l’altra da sempre interessata agli aspetti visibili dell’esistenza. 

Sull tuo blog  parli di “sostenibilità dell’esistenza”, puoi spiegarci cosa significa per te vivere un’esistenza sostenibile?

Credo che il concetto di sostenibilità, preso in prestito all’ambito scientifico, sintetizzi perfettamente l’urgenza di questo tempo: è sostenibile qualcosa di cui possiamo sostenere il peso, la forza, la pressione. Parlare di esistenze sostenibili significa quindi occuparci di quel modo di organizzare la vita, di dare forma alla vita, che possiamo sostenere. Comportamenti e modi di vivere che rispettino il corpo, la natura, gli esseri viventi tutti e che, abbandonando ogni desiderio di eccesso, garantiscano una equa distribuzione di beni e risorse perché ognuno possa disporre di quanto necessario a condurre un’esistenza libera e armonica.

È sostenibile qualcosa di cui possiamo sostenere il peso, la forza, la pressione. Parlare di esistenze sostenibili significa quindi occuparci di quel modo di organizzare la vita, di dare forma alla vita, che possiamo sostenere.

Come possiamo tentare di agire sul mondo attraverso la nostra pratica di vita? 

Partire dalla consapevolezza del gesto, delle nostre pratiche quotidiane e dell’importanza di rallentare e continuare a sentire in un mondo che ci vorrebbe immersi in un frenetico frastuono anestetizzante. Credo nelle impercettibili attivazioni personali, che hanno a che fare con cose semplici, fatte con attenzione. L’esercizio quotidiano deve essere conservato come modalità insostituibile per agire nel presente, nel tentativo e nella speranza di migliorarlo concretamente. 

Il tuo progetto è un ibrido tra creatività e riflessione filosofica e sociale, puoi spiegarci che nesso esiste, per te, tra queste dimensioni? 

Mi piace pensare che nù erotikà si situi a metà tra sguardo sociologico e collettivo e indagine personale. All’osservazione della realtà si affianca una riflessione più intima, indissolubilmente legata alla propria biografia. Un continuo andare e venire, dall’individuale e intimo  al collettivo, dall’interno verso l’esterno, che si trasforma in un invito alla sosta, all’attenzione sottile, a rendere udibile e ascoltato ciò che, altrimenti, rimarrebbe invisibile. Una riflessione è dedicata poi al tema del lavoro e alla potente alienazione prodotta da quelle attività scandite da ritmi, modalità, mancato coinvolgimento nel processo, e conseguente impossibilità di intravedere un senso che va nella definizione di una moderna schiavitù. Il desiderio è che il lavoro possa non essere più legato alla  mercificazione della vita, o alla riduzione dell’essere umano alla sua capacità di produrre, ma che possa davvero liberare, non sia più oppressione ma sempre corrispondere, o lasciare spazio, al nostro desiderio. Come diceva Simone Weil, non c’è contraddizione tra il dovere di riflessione e le necessità pratiche della vita, al contrario c’è un rapporto circolare, perché non si può agire senza sapere cosa si vuole, senza conoscere gli ostacoli da superare: la relazione corpo-mente era per lei molto chiara. 

Un continuo andare e venire, dall’individuale e intimo  al collettivo, dall’interno verso l’esterno, che si trasforma in un invito alla sosta, all’attenzione sottile, a rendere udibile e ascoltato ciò che, altrimenti, rimarrebbe invisibile.

Come possiamo immaginare nuovi modi dell’essere e vivere in relazione?

Credo che, in particolare in questo periodo storico, dominato da un eccesso di desiderio, stimoli, oggetti, occorra riflettere sul nesso esistente tra la bellezza estetica - del corpo, o di un oggetto - con una necessaria attenzione per le altre persone - gli altri corpi - e le altre cose del nostro ambiente, sociale e naturale, che reciprocamente danno senso al nostro essere al mondo. Solo così potremmo tentare di smettere di combatterci, come ci hanno insegnati decenni di politica neoliberista, per ascoltarci, confortarci, osservarci, curarci vicendevolmente. Il processo di cura parte da noi ma si sviluppa attraverso l’esperienza con l’altro. 

Perché parlare di cura sembra così urgente? 

Intendo la cura di sé come una connessione profonda con se stessi, col proprio corpo, la propria mente e gli altri esseri viventi attorno a noi. Una forma di attenzione per le cose del mondo che, a partire da noi, si dispiega rendendoci consapevoli delle nostre percezioni, della nostra fragilità, per poterla riconoscere negli altri. Tutto necessita di cura, e credo che, a partire da una più profonda percezione di sé si possano produrre degli effetti positivi tangibili sul nostro modo di vivere insieme. Credo sia importante, da questo punto di vista, prendere consapevolezza di come solo a partire dalla cura di sé, e dalla propria esperienza biografica, sia possibile arrivare alla cura del noi. Il progetto si declina, oltre alla dimensione creativa, nella proposta di alcune sezioni di pratica somatica, focalizzata sul metodo pilates. Lo scopo è quello di proporre uno spazio e un tempo di riconnessione col proprio corpo, parte fondante dell’esperienza vitale. Pratica corporea intesa al di là di una prospettiva puramente edonistica, ma con una forte aderenza a tutte quelle pratiche del sentire che favoriscono l’ampliamento di quello sguardo che ci permette di sentire, attraverso il corpo, l’altro come simile a noi. Anche in questo caso è forte al dimensione autobiografica: la danza e il movimento sono stati da bambina il mio primo amore, e ho sempre sentito, anche nell’approccio alla filosofia, o alla psicoanalisi, il bisogno di partire dal corpo, che rappresenta quanto di più prossimo abbiamo per poter prendere coscienza del mondo. È sempre dal corpo che sento il bisogno di partire. Proprio ora rifletto su come nù sia da intendersi come un percorso in continua evoluzione, che parte con nù erotikà e ora prosegue in altre vesti. Credo che uscire dai confini della propria disciplina sia indispensabile, se si vuole tentare di raccontare la complessità della contemporaneità.

Lo scopo è quello di proporre uno spazio e un tempo di riconnessione col proprio corpo, parte fondante dell’esperienza vitale. Pratica corporea intesa al di là di una prospettiva puramente edonistica, ma con una forte aderenza a tutte quelle pratiche del sentire che favoriscono l’ampliamento di quello sguardo che ci permette di sentire, attraverso il corpo, l’altro come simile a noi.

 

 

 

Essere come in sogno.

 

 

by Silvia Congiu / April 5th 2023

 

Nù Erotikà è innanzitutto un progetto autobiografico, nato dall’esigenza di immaginare mondi altri, realtà leggere, libere, dove poter sperimentare nuove modalità del vivere. L’aver constatato come i settori creativi siano spesso imprigionati all’interno di rigide logiche razionali, mosse dall’imperativo capitalistico dell’efficienza ha suscitato in me il desiderio di immaginare uno spazio dove poter esprimere la creatività in maniera libera, dove poter sperimentare la possibilità di una creatività pensante.

Si è trattato di una necessità, emersa con tutta la sua forza negli ultimi anni, che ha coinciso con un momento importante della mia vita, in cui ho provato ad abbandonare la vecchia me per provare ad esplorare parti della mia persona rimaste fino a quel momento celate. È così che mi sono avvicinata all’analisi, prima, e all’avventura dell’Analisi Biografia a Orientamento Filosofico, poi. È così che ho ri-scoperto l’importanza di esplorare quello spazio leggero - privo di distanze - tra il sogno, e la vita, tra le stelle e il quotidiano. 

 

I sogni, proprio come i corpi celesti, sono in continuo movimento; nelle immagini oniriche si rispecchia l’anima umana, che trova la sua espressione nelle forme simboliche e metaforiche della phantasia.

Dall’antichità classica sino alla nascita della moderna psicologia e, poi, della psicanalisi, la filosofia ha attribuito al sogno la capacità dell’anima di recepire il movimento dei cieli e esprimerlo attraverso le forme dell’immaginazione. Il sogno è quindi quel non-luogo che annulla la distanza tra “le stelle e l’uomo”, quello spazio in cui le immagini oniriche rispecchiano celesti; ma soprattutto quel tempo in cui possiamo concederci il lusso di abbandonarci, di sperimentare quella leggerezza che ci permette di immaginare altrimenti, di illuminare gesti, pensieri, azioni, per sperimentare nuovi modi di vivere insieme.

 

I cieli e i sogni, l’astronomia e lo studio delle immagini oniriche, sono strumenti capaci di rivelare le cose nascoste, ponte tra stelle e terra, macrocosmo e microcosmo, visibile e invisibile. Ricerca del “tutto nel tutto”, di quell’infinita coerenza celata nel confuso disordine della realtà sensibile, di una logica altra, che offra sollievo al disorientamento del presente e consenta di cogliere il senso pieno e concreto dell’esistenza.

 

 

 

La filosofia in pratica

(e come questa ha a che fare col corpo).

 

 

by Silvia Congiu / March 24th 2023

 

Dice Simone Weil che occorre prendere atto della distanza estrema tra condizione proletaria e condizione borghese per cui se da una parte c'è «la classe di quelli che non contano – in nessuna situazione – agli occhi di nessuno (...) e che non conteranno mai, qualsiasi cosa accada», dall'altra c'è la categoria di quelli che a vario titolo contano qualcosa per il semplice fatto di essere collocati in una posizione che consente loro di esercitare la forza su quelli che contano zero. 

Appare difficile immaginare azioni concrete che possano andare nella direzione di una risoluzione delle profonde divergenze che da sempre stanno alla base delle ineguaglianze sociali, e delle estreme conseguenze che esse comportano. La riflessione filosofica, in particolare, è spesso considerata nelle sue dimensioni estreme che la vedono ora relegata in ambienti accademici e puramente teorici - qualcosa che di tutto si occupa fuorché della vita - ora impegnata nella ricerca di un senso individuale all’esistenza; ricerca tuttavia considerata privilegio riservato a coloro i quali hanno la fortuna di essere alleggeriti dalla fatica del vivere, dalle necessità legate alla mera sopravvivenza. Filosofia quindi, come qualcosa di riservato a pochi, riflessione intellettuale lontana dalla vita. 

L’attenzione rinnovata, in particolare negli ultimi anni, nei confronti delle cosiddette “pratiche filosofiche” ha sicuramente contribuito alla diffusione dell’idea della filosofia come filosofia praticata; facendo luce sulla riflessione platonica e aristotelica, e più in generale sulla sua dimensione originariamente pratica, e di conseguenza capace di illuminare i problemi cruciali del vivere. 

Se, quindi, appare maggiore negli ultimi tempi l’attenzione alla filosofia come pratica, di rado si riflette di come questa possa e debba rivolgere la sua attenzione non unicamente all’interno, al corpo individuale, ma anche a quel corpo sociale troppo spesso costituito da un insieme di corpi individuali oppressi, vittime di violenza, limitati nella possibilità di esperire e di godere di quella semplice felicità che potremmo definire “felicità contemplativa”. Ma allora quale relazione intercorre tra filosofia e sociale, tra filosofia e politica? In che modo la filosofia può rappresentare un antidoto nei confronti delle distorsioni del mondo e porsi, di conseguenza, come attività di cura non solo individuale, ma del mondo?

La stessa Simone Weil definisce il pensiero filosofico come “atto e pratica”, cioè come esercizio critico applicato all'analisi della società, sostenendo che «la vita sarà tanto meno inumana quanto più grande sarà la capacità individuale di pensare e di agire». 

Compito della filosofia è allora quello di indagare ogni via utile a porre rimedio, per quanto parziale, ai devastanti effetti fisici, psichici e morali del meccanismo mortifero determinato dagli effetti dell’organizzazione del vivere secondo l'ideologia neoliberista che fa degli individui delle cose tra le cose. Fare della filosofia una filosofia pratica, che sappia occuparsi della vita, che sappia assumere il compito della therapeia come cura dell’anima significa allora qualcosa di molto concreto: portare al centro della propria vita individuale, così come al centro del corpo sociale, l’attenzione intesa come affinamento dei sensi, come cura di quell’infinitamente piccolo che, a partire dal nostro quotidiano, dall’ordinario del nostro vivere, sappia fare la differenza tra un lavoro che schiaccia e opprime l’anima e uno che consente l’accesso alla bellezza del mondo, tra uno studio finalizzato al solo “successo” e uno studio che sia coltivazione dell’anima, tra una ricerca rivolta alla ricerca di una qualche verità e una che sappia sostare nella complessità del reale, tra un impegno politico dominato dallo spirito di partito a un impegno mosso dal desiderio di rimediare, per quanto possibile, a quelle privazioni dell’anima e del corpo, capaci di far venir meno il senso dell’esistere. Lo si può fare così, semplicemente, con Attenzione. 

 

 

Corpi celesti.

 

 

by Silvia Congiu / February 16th 2022

 

I corpi celesti sono corpi cosmici, luoghi in cui tutte le particelle, tutti gli esseri viventi, anche i più piccoli, costituiscono un unico universo. 

 

Ogni cosa diviene per contatto tra questi micro corpi cosmici, che viaggiano e si incontrano, mutandosi e perturbandosi reciprocamente. La vita stessa è un corpo celeste; vivere una vita sensibile, celeste, significa allora divenire ibridi. 

Far salire in superficie l’interiorità, renderla visibile, farla diventare esteriorità, vita e relazione fra corpi che si incontrano. Un invito a ripensarsi a partire dalle proprie radici, dal proprio mondo invisibile e interiore, superando divisioni e dualismo, per dar voce a ciò che ci accomuna come esseri umani, a partire dalla memoria del corp.

 

 

 

 

 

Partire dal corpo.

 

 

by Silvia Congiu / December 7th 2022

 

È sempre dal corpo che si parte. Non potrà mai avvenire un radicale cambiamento di direzione verso una reale sostenibilità se non si agirà, in primis, sulle scelte del singolo. Se non sarà il singolo individuo a impegnarsi nella sua pratica esistenziale per far sì che la vita sia secondo misura’. Ogni cambiamento sociale ha alla base, infatti, una presa di coscienza interiore e individuale; solo a partire dalla pratica di vita di ciascuno è possibile produrre degli effetti che abbiano un impatto reale, e tangibile. Essere impegnati in una pratica di vita consapevole significa quindi agire, quotidianamente, con coscienza, impegnarsi in azioni etiche, compatibilmente con la possibilità offerta dal contesto (ecco perché è importante non solo favorire lo sviluppo della vocazione interna e delle capacità personali, ma anche creare le opportunità reali affinché le persone possano vivere in sintonia con le loro capacità). Essere impegnati in una pratica di vita consapevole significa ricordarsi dell’importanza del rispetto dei nostri e degli altri corpi, agire con cura.

 

 

 

Diventare cose anziché persone.

 

“Con la rivoluzione prodotta dalle macchine, la maggior parte di noi è sottoposta a un’esistenza lavorativa troppo regolata, troppo angusta, troppo faticosa.

L’auto-determinazione e il raccoglimento interiore sono diventati difficili. Tutti, in qualche misura, corriamo il rischio di diventare cose anziché persone. I molteplici danni materiali e spirituali causati all’esistenza umana rappresentano dunque il lato negativo delle conquiste della scienza e della tecnica”.

 

Albert Schweitzer, 1923

 

 

 

Manifesto dell'esistenza sostenibile.

 

 

by Silvia Congiu / September 13th 2022

 

Piccola guida per provare a immaginare altrimenti il nostro vivere insieme e lavorare alla costruzione di vite che possiamo permetterci.

 

la società può elevarsi a comunità solo finché protegge efficacemente i suoi membri contro gli orrori gemelli della miseria e dell’umiliazione, del terrore di essere esclusi, di cadere, o essere spinti fuori dal treno del progresso, che accelera sempre più, di essere condannati alla ridondanza sociale o comunque marchiati come rifiuti umani”. Zygmunt Bauman, Living on Borrowed Time.

 

Possiamo permetterci quelle vite che ci consentono di poter scegliere liberamente di costruire il nostro essere sulla base di ciò che sentiamo ci guidi, senza temere che tale scelta si traduca nella impossibilità di costruire una esistenza materialmente sostenibile. 

Possiamo permetterci quelle vite in cui, a prescindere dalla nostra capacità di produrre reddito e profitto, non dobbiamo temere di non poterci adeguatamente nutrire o di disporre di un’abitazione adeguata. 

Possiamo permetterci quelle vite in cui il lavoro è solo quello degno di un essere umano.

Possiamo permetterci quelle vite in cui abbiamo la possibilità di confrontarci e crescere insieme, in cui la comunità è terreno fertile di dialogo e ricerca. 

Possiamo permetterci quelle vite che garantiscono a lavoratori e lavoratrici del tempo libero, per il pensiero e per il respiro. 

Possiamo permetterci quelle vite in cui abbiamo la possibilità, di tanto in tanto, di metterci a sedere, pensare, scrivere, raccogliere pensieri, dedicarci a lavori creativi, bere un tè caldo, guardare. 

Possiamo permetterci quelle vite che non condannano le donne alla ‘doppia fatica’ del lavoro fuori casa e della piena responsabilità del lavoro domestico e di cura di bambini e anziani.

Possiamo permetterci quelle vite in cui ci si impegna a porre le basi per il rispetto di sé, in cui ogni essere umano è trattato e considerato come essere unico e dignitoso, il cui valore eguaglia quello altrui.

Possiamo permetterci quelle vite in cui abbiamo la possibilità di fare esperienze piacevoli, ed evitare dolori inutili. 

Possiamo permetterci quelle vite che ci invitano a esplorare e utilizzare i nostri sensi.

Possiamo permetterci quelle vite in cui il silenzio è sufficiente perché si possa ascoltare la propria e le altre voci. 

Possiamo permetterci quelle vite in cui riusciamo a riconoscere l’importanza di fare vuoto.

Possiamo permetterci quelle vite in cui immaginazione e creatività sono mezzi per pensare altrimenti.

Possiamo permetterci quelle vite in cui possiamo mostrarci nella nostra vulnerabilità. 

Possiamo permetterci quelle vite in cui ci concediamo il lusso di stare nel riposo.

Possiamo permetterci quelle vite in cui è lecito amare, soffrire, desiderare, provare gratitudine, o rabbia.

Possiamo permetterci quelle vite in cui ci è concesso di abbandonarci al gioco e creativamente improvvisare. 

Possiamo permetterci quelle vite in cui siamo liberi dalle maschere sociali. 

Possiamo permetterci quelle vite in cui pratichiamo la gentilezza.

Possiamo permetterci quelle vite in cui a tutti è concessa la cura di sé, intendo questa come cura del corpo e dell’anima. 

Possiamo permetterci quelle vite in cui scegliamo di tentare di ridurre i consumi individuali, pratichiamo e incentiviamo il riutilizzo, l’acquisto dell’usato, il baratto, il libero scambio. 

Possiamo permetterci quelle vite in cui pratichiamo l’arte della moderazione, impegnandoci ad evitare lo sperpero, che sia questo di energie, beni, spazi o tempo.

Possiamo permetterci quelle vite che ci invitano a praticare la poetica della gratuità e del dono.

Possiamo permetterci quelle vite in cui a tutti è consentito di accedere alla bellezza, imparare a riconoscerla e poterne godere.

Possiamo permetterci quelle vite che consentono ad ogni singolo di impegnarsi in una riflessione critica di ciò che è bene e, sulla base di questa, programmare o ri-orientare la propria esistenza. 

Possiamo permetterci quelle vite in cui ci viene insegnato a vivere in relazione con animali, piante, e esseri viventi tutti, avendone cura. 

 

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Da Platone a Freud.

 

Viaggio filosofo nell’universo dell’amore

 

by Silvia Congiu / March 18th 2022

 

Declinato nelle sue innumerevoli forme, l’Amore è uno dei temi più ricorrenti della filosofia occidentale. Movimento che accompagna il divenire, forza che muove i cicli della vita e che spinge l’uomo verso l’alto, là da dove è possibile vedere tutto unito in un ordine ed armonia.

“Poiché la divinità voleva che tutte le cose fossero buone, e che nessuna, per quanto possibile, si rivelasse imperfetta, avendo preso così quanto era visibile, che non si trovava in quiete, ma in un movimento senza ordine né regola, lo condusse dal disordine all’ordine, considerando che questo è in tutto migliore di quello.”

 

Dal mito a Platone 

La letteratura greca è intrisa di storie sull’amore, e tornare al mito e alle figure mitologiche della Grecia classica rappresenta per noi, oggi, un’importante occasione e strumento di riflessione per comprendere la maniera in cui ci siamo formati la nostra idea di noi stessi, degli altri, del mondo e delle relazioni; di conseguenza anche dell’amore. 

Nella mitologia greca troviamo l’amore personificato in due entità divine che in epoca più antica vengono raffigurate come distinte (con Eros si tende ad indicare il desiderio amoroso, l’istinto sessuale; mentre con Afrodite il sentimento d’amore, quindi tutte quelle azioni e emozioni che portano al soddisfacimento del desiderio); per poi essere raffigurate in modo intercambiabile. Col tempo quindi per indicare l’amore si utilizzano indistintamente tanto Eros (nel mondo latino Cupido), quanto Afodite (per i romani Venere). È possibile che questa antica distinzione tra le due divinità sia all’origine della visione scissa dell’Amore che la nostra civiltà ha ereditato e maturato, e che ci porta spesso a frammentare quello che dovrebbe essere il principio Unico animatore dell'esistenza e dell'Universo.

 

Eros

Il mito di Eros è riportato da Esiodo in due versioni. Nella prima Eros è pura forza cosmogonica, senza volto; è inteso come ‘passione, istinto’ e si pone e si pone tra Chaos e Gaia (terra) per stimolarne il connubio. Nasce al principio del tempo uscendo dal Caos insieme a Tartaro e a Gea. In questa prima versione del mito quindi rappresenta infatti la forza che tiene insieme l’universo e favorisce la riproduzione delle specie. Solo successivamente inizia ad assumere una forma umana, ed essere rappresentato come simbolo delle emozioni più intense e profonde, forza e passione dirompente, con terribili effetti su colui che ne è colpito, capace di annientare l’anima di chi ama, togliendo il sonno, la pace e quella serenità che, invece, dovrebbe procurare. Anche nei lirici greci Eros è cantato come forza violenta e travolgente, che proviene dall’esterno. Lo troviamo in particolare nella poetessa Saffo, che lo descrive come una forza totalizzante, devastante e amara. 

È sparita la luna,

le Pleiadi.

Notte alta.

L’ora del tempo varca.

Io dormo sola

Al centro della sua lirica c’è spesso la solitudine amorosa e spesso si confrontano due dimensioni temporali:quella oggettiva del tempo cosmico, che scorre inesorabile, e quella soggettiva del tempo individuale: l’impressione della solitudine è accentuata dal confronto tra l’immensità delle costellazioni nel cielo notturno e lo spazio minimo occupato dalla donna nel suo letto.

La visione cosmogonia di Eros, per cui questo è visto come istinto, forza naturale che sconvolge e turba, inizia ad inclinarsi solo successivamente, inserendosi nel generale processo di de-mitizzazione della cultura e di tendenza alla razionalizzazione degli istinti. 

Già coi presocratici vediamo un Eros ‘purificato e nobilitato dalla coscienza umana’, che viene considerata capace di trasformare razionalmente le spinte dirompenti con cui Eros si manifesta, per ‘orientarle verso i valori supremi dello spirito’. È con Platone che la figura di Eros si associa pienamente a quella di Afrodite, dea della bellezza, per indicare l’amore. Le due figure diventano intercambiabili per riferirsi alla sfera dell’amore; è infatti la bellezza (Afrodite) a generare desiderio (Eros), e quindi amore. Imeros (Amore) è compagno del desiderio (Eros), ed entrambi sono lo strumento attraverso cui tendere verso il bello.

L’amore è tema centrale del pensiero di Platone, espresso essenzialmente nel Simposio e nel Fedro. Ciascuno degli invitati al simposio è invitato ad intervenire sul tema dell’Eros e dell’amore, dandone ognuno una propria definizione. È in questo modo che Platone, attraverso l’intervento di Socrate al simposio, ci parla dell’amore. Come in tutti i dialoghi platonici, Socrate rovescia le posizioni degli altri dialoganti, ma in questo caso, per farlo, decide di inscenare un dialogo con un personaggio da lui immaginato: la sacerdotessa Diotima, che lo aveva istruito sulle cose dell’amore, raccontandogli una volta il mito della nascita di Eros. Secondo il racconto di Socrate  Eros è figlio di Penia (povertà) e Poros (ricchezza, espediente); Penia, poverissima, se ne sta per ore a mendicare vicina alla porta di una casa dove si è tenuto un enorme banchetto per festeggiare la nascita di Afrodite, nella speranza di ricevere qualcosa. Poros, ubriaco a causa del troppo nettare, decide di uscire all’aperto, e si addormenta ai piedi di Penia. Questa, disperata, decide di approfittare dello stato di ubriachezza di Poros ed escogita di avere da lui un figlio, nasce così Eros. Diversamente dalla maniera in cui si è abituati ad immaginarlo nel senso comune, Eros non è affatto bello, delicato e felice, al contrario è duro e ispido, scalzo e senza casa, si sdraia sempre per terra senza coperta, e dorme all'aperto davanti alle porte o in mezzo alla strada, perché ha la natura della madre. Da lei ha ereditato un continuo desiderio di possesso, eternamente soddisfatto; come il padre invece è coraggioso, audace, impetuoso, straordinario incantatore, sofista. Tutto ciò che si procura rapidamente gli sfugge di mano, per cui Eros non è mai né povero, né ricco. Amore quindi, come Eros ci mostra, è sempre desiderio, mancanza. La sua tensione passa attraverso diversi gradi: dall’amore e il desiderio fisico, a quello spirituale, quello per la scienza, fino ad arrivare all’amore per il bello in sé. Se per Platone il desiderio fisico, di fecondità, è legato al nostro bisogno di eternità e di immortalità, è anche vero che accanto a questo troviamo un desiderio di fecondità dello spirito, che si accompagna a virtù come la saggezza, la creatività, la conoscenza, la parola. Le due forme d’amore per Platone se da una parte possono essere distinte sia in relazione ai soggetti ‘amanti’ che all’oggetto ‘amato’; dall’altra sono rintracciabili in alcuni soggetti in maniera indistinta e armonica. Ci sono quindi, secondo Platone, individui capaci di nutrire l’una e l’altra componente dell’amore, indistintamente, e in contemporanea. Se in una prima fase l’amore è essenzialmente amore per il corpo dell’altro, che è sempre un corpo unico e irripetibile, come il suo nome, in una seconda fase interviene un processo di razionalizzazione e di astrazione col quale si tende pian piano ad annullare questa unicità e singolarità per assimilare la bellezza di Quel corpo a quella della molteplicità dei corpi. Attenuata la tensione verso il corpo, emerge quella per l’anima. Anche in questo caso l’amore è tensione irriducibile; ma l’amante non è attratto unicamente dalla bellezza fisica, ma da ciò che l’altro - oggetto d’amore - rappresenta nella sua essenza, nel suo spirito. Il passo successivo in questo tendere verso il sublime è per Platone la tensione verso la conoscenza: “Chi è preso dall’amore per la conoscenza non dovrà più innamorarsi, come un servo qualunque, della bellezza insita nella cosa singola, ma orientandosi tutto a quel grande oceano della bellezza, rapito a contemplarlo, dovrà dar vita a molti e splendidi e solenni ragionamenti e riflessioni, in tensione mai appagata verso il sapere. Finché a tal punto irrobustito e maturo, potrà scorgere la vera, autentica, unica scienza che è scienza di bellezza.”

Attraverso la conoscenza si arriva all’amore per il bello assoluto, alla visone, alla contemplazione della bellezza eterna, vera. Si tratta di una forma di amore per una bellezza del tutto priva di corporeità, che rappresenta la meta finale nel lungo percorso dell’uomo alla ricerca dell’essenza dell’amore. Questa riflessione di Platone per l’amore assoluto è spesso, forse erroneamente associata all’idea di ‘amore platonico’ come amore puramente intellettuale, tra anime, che non contempla il piacere sessuale o fisico. In realtà però il pensiero di Platone non dice mai che l’amore per la mente o per l’anima debba escludere i piacere fisico, e gli stessi protagonisti del Simposio non fanno mistero di avere tra loro relazioni di natura sessuale. Platone ha solo voluto suggerirci che può esistere un ‘bello’, un’ideale di bellezza che va oltre quello carnale del corpo, e di conseguenza che l’amore può essere ‘amore per il bello assoluto’. 

Amore quindi per Platone è ‘tensione verso’, desiderio per qualcosa che non si possiede e di cui si sente mancanza. In questo senso l’amore non tanto presenza quanto assenza, o meglio è ciò che riesce a farsi presente all’interno dell’assenza. Tendiamo verso ciò che non possediamo, di cui sentiamo la mancanza. 

 

 

L’amore nell’analisi psicoanalitica 

L’amore è al centro dell’interesse e della pratica della psicoanalisi, dal momento che la salute mentale ha sempre a che fare con la possibilità di desiderare, e dunque di amare e di essere amati.

Se nell’età classica l’amore è concepito come un ‘tendere verso’ qualcosa che ci manca, verso qualcosa che è ‘altro da noi’, per Freud, il padre della psicoanalisi, alla base dell’amore vi è la libido, una forza cieca e irrazionale presente in ogni individuo ed espressa come istinto sessuale, dapprima verso se stessi, poi verso la madre e successivamente verso l’altro. Per Freud l’amore è sempre una ripetizione dell’amore narcisistico originariamente indirizzato a se stessi e alla propria madre. Gli stimoli sollecitati dalle cure, e dalle manipolazioni materne mediate dalla parola, costituiscono nel loro insieme l’atto della seduzione materna. Per Freud l’amore è sempre il riflesso dell’amore per un se stesso idealizzato. Da ciò consegue che l’individuo nella scelta della persona da amare non è mosso dalla presenza in lei di caratteristiche e doti che non possiede e di cui sente la mancanza, ma è guidato dal fatto che trova nell’altro qualità che egli stesso  possedeva nella fase narcisistica e che aveva perduto perché trasferite ad altre: per Freud dunque l’amore nasce dalla nostalgia. Ogni essere umano, a partire dall’età prenatale e fino alla prima adolescenza e oltre passa da un periodo in cui sente attrazione per  il proprio corpo, ad un altro in cui ricerca il piacere nel corpo della madre, infine  orienta la propria affettività verso una persona che è più lontana ma che comunque  ricorda nostalgicamente le caratteristiche che il soggetto aveva all’inizio, quella che Freud chiama ‘fase risolutiva’, in cui la vita affettiva e la sessualità del soggetto sono normalmente orientate verso persone del sesso opposto. Tuttavia non sempre questo accade in maniera lineare, e può accadere che alcuni aspetti di questo percorso permangano anche in età adolescenziale e in età adulta, dando luogo a squilibri  psicofisici e difficoltà relazionali. Per illustrare le problematiche dell’eros Freud ricorre a due miti dell’antichità: quello di Edipo e quello di Elettra, ritenuti emblema  di una deviazione della sessualità intervenuta nella fase in cui si sarebbe dovuto verificare il superamento dell’affettività infantile.

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Leggerezza.

 

Cosa possiamo imparare dalla prima delle Lezioni americane.

 

by Silvia Congiu / April 13th 2022

 

Di leggerezza ci parla Calvino nella prima delle sue Lezioni Americane, ricordandoci che bisognerebbe essere leggeri come gli uccelli, non come le piume. In questo senso Calvino pensa a Kant, alla colomba che non potrebbe volare se non ci fosse la resistenza dell’aria, la resistenza del mezzo, la resistenza dell’universo.

La leggerezza di cui parla Calvino è legata intrinsecamente al suo rapporto col peso, in quanto consiste in un costante esercizio di sottrazione. Potremmo allora chiederci perché dovremmo considerare la leggerezza come un valore, qualcosa da ricercare, a cui tendere. E come situare la leggerezza nel presente? 

 

‘Spesso mi sono accorto che tra i fatti collettivi che sarebbero dovuti essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura, c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo. Qualità che si attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle. In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra, una lenta pietrificazione che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa’. 

 

Medusa è una delle tre Gorgoni, mostri marini spaventosi figlie delle divinità Forco e Ceto. Ha dei serpenti al posto dei capelli e la capacità di trasformare in pietra chiunque osi guardarla negli occhi. Perseo ha il compito di portare al sovrano la testa decapita di Medusa. Per sconfiggerla vola su una nuvola, evitando così il suo sguardo e accontentandosi di guardarne il riflesso sullo scudo di bronzo. Perseo vola coi suoi sandali alati. 

Per Calvino l’impresa di Perseo è un esempio di esercizio di sottrazione di peso. L’intero mito può essere letto come il rapporto leggerezza-peso, in cui l’eroe incarna la leggerezza, che è proprio l’arma che gli consente di sconfiggere il mostro e la pesantezza del suo sguardo pietrificante. 

C’è un altro elemento importante del mito: Perseo dopo aver sconfitto Medusa non abbandona la sua testa ma la porta con sé, facendone un’arma letale contro la pesantezza del mondo e allo stesso tempo instaurando un rapporto col mostro. La posa con gentilezza quando deve abbandonarla temporaneamente per svolgere delle faccende; ce lo racconta Ovidio nelle Metamorfosi: “Perché la ruvida sabbia non sciupi la testa anguicrinita egli rende soffice il terreno con uno strato di foglie, vi stende sopra dei ramoscelli nati sott’acqua e vi depone la testa di Medusa a faccia in giù”.

Il racconto di Ovidio ci porta al miracolo della leggerezza, che si manifesta nella 'mutazione' provocata dal gesto di Perseo, dal prendersi cura anche del nemico, prendersi cura della testa di Medusa. 

L’insegnamento che possiamo trarne è: per affrontare la pesantezza della vita che può arrivare a pietrificarci, per non soccombere davanti a questa energia pietrificante non dobbiamo lottare direttamente (Perseo non deve incrociare lo sguardo di Medea se non vuole essere pietrificato), ma possiamo usare la riflessione, la leggerezza della conoscenza. 

Quello di Calvino è un invito a togliere peso alla pagina e a guardare sotto la superficie delle cose, perché sotto la loro apparente pesantezza è nascosta la leggerezza, che siamo chiamati a ricercare. Ricercare ‘l’insostenibile leggerezza dell’essere’, sollevandoci dalla terra per guardare le cose con una leggerezza nuova.

 

"come colui che leggerissimo era” andare oltre per poter planare liberi e leggeri sul mondo senza pesi sul cuore.

Bellezza.

 

 

by Silvia Congiu / April 13th 2022

 

La bellezza è profondamente legata all’esperienza del corpo perché in grado di mettere in gioco tutto il nostro essere ‘umani’;  la natura psicofisica nel suo complesso, la sua dimensione sensibile e corporea, quella razionale e spirituale. La bellezza, a partire dalla sua fugace apparizione nella vita di ciascuno di noi, ci costringe a  soffermarci sul nesso tra il corpo e la mente, fra i nostri cinque sensi e la nostra dimensione cosciente e razionale, che esprime pensieri e sentimenti. L’apparizione della bellezza, dunque, è importante occasione di sosta e di osservazione perché, capace di aprire ulteriori domande circa la verità di ciò che vediamo, sentiamo e ascoltiamo, ci invita a mettere in discussione il modo di condurre le nostre esistenze e di impostare il nostro essere in relazione col mondo.

Se comunemente il concetto di bellezza sembra rinviare all’armonia, all’equilibrio tra le parti o, più in generale a qualcosa di materiale in relazione a un oggetto, dal mio punto di vista questa - oggi - dovrebbe essere riconsiderata nella sua dimensione estetica, qua intesa come relativa alla capacità di sentire - e di conseguenza strettamente connessa a dimensioni interiori e spirituali - legate, come direbbe Baumgarten, all’arte del ‘pensare in modo bello’; base essenziale e punto di partenza per coltivare amore della comunità, umanità, gentilezza, sollecitudine per gli altri. 

Non a caso il termine estetica viene dal greco aisthesis, percezione sensibile, è evidente quindi come questa non riguardi esclusivamente la riflessione su ciò che è bello o sull’arte, ma si rivolga in primis alla percezione sensibile, ai problemi legati alla maniera in cui esperiamo il mondo attraverso i cinque sensi. L’estetica nasce quindi come riflessione sulla conoscenza sensibile, per assumere solo in un secondo momento arte e bellezza come oggetto della sua riflessione. 

È interessante riflettere su come sia proprio a partire dal pensiero di Cartesio - padre del razionalismo - e dalla sua nota separazione tra anima e corpo, res cogitans e res extensa - con la radicale opposizione a tutto ciò che concerne la sensibilità e la percezione - che vengono a costituirsi le premesse fondamentali per la nascita dell’estetica come riflessione filosofica. Si potrebbe dire che l’estetica nasca proprio come reazione e risposta ai problemi posti con chiarezza da Cartesio e dal Razionalismo. 

In realtà, se facciamo un plurisecolare salto indietro, vediamo che di Bellezza e Amore ci parla già Platone, per il quale il Bello costituisce, assieme al Vero e al Bene, il vertice della gerarchia delle idee e al quale bisognerebbe oggi ritornare, coscienti del fatto che nei meandri di quell’immenso pensiero, è possibile trovare le risposte – o, se non altro, gli spunti teoretici per la formulazione delle risposte – ai quesiti più vivi ed urgenti del contemporaneo. Non a caso è all’antica Grecia che torniamo quando vogliamo riscoprire gli archetipi della nostra mente e della nostra cultura. Platone affronta il tema di Bellezza e Amore nel Simposio, in cui è descritta quella via che partendo dal bello naturale giunge all’idea stessa di Bellezza, nota come scala amoris. È interessante notare come Platone affidi questa tematica alla sacerdotessa Diotima; il motivo risiede nel fatto che bellezza e amore non sono fino in fondo accessibili al solo pensiero logico-razionale. Amore, Eros, è un demone, un mediatore tra uomini e dei. Figlio di Penia, penuria, e di Poros, l’ingeno, l’espediente, eredita dalla madre povertà, mancanza di bellezza e di sapienza, ma anche la consapevolezza e il desiderio di colmare questa mancanza; dal padre l’ingegno e la passione, l’eterna tensione volta a superare l’indigenza per conquistare belezza, bontà e sapienza. 

“figlio di Poros e di Penìa, si trova nella tale condizione: innanzitutto è sempre povero, e tutt'altro che bello e delicato come dicono i più; al contrario è rude, sempre a piedi nudi, vagabondo, [...] perché ha la natura della madre ed è legato al bisogno. D'altro canto, come suo padre, cerca sempre ciò che è bello e buono, è virile, audace, risoluto, gran cacciatore [...]; è amico della sapienza ed è ricco di trucchi, e così si dedica alla filosofia nell'arco di tutta la sua vita”. (Platone, Simposio, 210a e sgg.)

Eros ama perché cerca Bellezza, per lui la scala amoris inizia con l’amore fisico: inizialmente ama la bellezza corporea di un singolo corpo; ben presto si rende conto che la bellezza si trova anche in altri corpi, fino ad arrivare a trovarla nello spirito, nelle istituzioni, nelle azioni umane e nello sterminato oceano di bellezza, ossia l’idea stessa di bellezza, che conduce al Bene e al Vero. La visione platonica della Bellezza è importante perché ci fa riflettere sul fatto che non solo il pensiero logico-razionale, ma anche sentimenti mimetici, come l’amore e la bellezza, possano costituire una via d’accesso al mondo delle idee.

 

Ma oggi, in un tempo che Holderlin avrebbe definito ‘il tempo della povertà’, il tempo della cosiddetta estetica diffusa, in cui la velocità si impossessa del mondo e delle cose, in cui non ci è più concesso il lusso di fermarci a contemplare la dimensione del bello, ha ancora senso parlare di bellezza?  Forse oggi il bello è qualcosa di diverso, non più qualcosa di assoluto e di eterno, ma un’idea che deve incontrarsi e scontrarsi con la contingenza delle cose e del mondo, come scrive Baudelaire. In un orizzonte sempre più dominato dal diffondersi di quegli elementi che nella tradizione classica del bello sembravano escluderlo - mode, velocità, tecnica - nevrosi - quindi fondamentalmente regressive, può essere forse opportuno tornare a interrogarsi su una tradizione, quella dell’antica Grecia, che ancora oggi sembra in grado di dirci qualcosa di teoricamente produttivo sul significato della parola Bellezza nella contemporaneità. 

Avvicinarsi alla bellezza, oggi, potrebbe significare osservare, nelle cose, dei volti nuovi, soffermarci e sostare davanti alla concretezza delle cose. Quando siamo davanti al bello siamo davanti ad esperienze ‘di visione’, che possono farci riflettere sul significato che per noi hai il mondo. La Bellezza ci ricorda che il mondo può essere osservato da diversi punti di vista, plurimi. Non a caso l’arte è bella proprio perché capace di moltiplicare punti di vista e significati. La bellezza ci mette in dialogo con le cose, in uno scambio continuo. Il suo strano destino vuole che la sua identità non sia mai immobile e certa, ma condizione perennemente dialettica: l’armonia è collegata alla disarmonia, così come la compiutezza alla dispersione, la totalità al frammento. La frantumazione dell’eroe moderno è il contrario della compostezza classica, la sua vicenda mette a nudo un mondo che non solo ha perso il senso del divino ma che stenta a trovare un significato. Il bello dunque oggi, come dirà Adorno nei Minima Moralia, ci appare come una falsa promessa di felicità, fatalmente ideologica, dal momento che la sostanza etica del mondo è stata sormontata dalla legge del profitto. Eppure possiamo immaginare ancora, proprio come suggeriva Plotino, che nella materia delle cose si possa scorgere uno spiraglio, un varco, che consenta alla Bellezza di filtrare e di sottrarre le cose-merci al loro ordine di senso abituale, liberandole dalla schiavitù dell’utile che le opprime.

 

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Living beauty: contribuire alla bellezza mediante le proprie pratiche di vita.

 

 

by Silvia Congiu / October 27th 2022

 

Siamo soliti considerare la dimensione artistica della vita come qualcosa di riservato a pochi, ritenuti possessori di abilità o capacità tecniche ed espressive particolari e specifiche. In realtà, nonostante sia evidente come alcuni individui posseggano una possibilità più grande rispetto alla media di accesso alla metafora, alle immagini, alla verbalizzazione, è anche vero per ognuno di noi, nel rispetto della propria individualità, esiste la possibilità di esprimere la realtà del proprio desiderio. 

Joyce McDougall in Eros. Le deviazioni del desiderio, evidenzia come a suo avviso «le vite dei grandi artisti, quanto a contenuto storico e struttura psicologica, sono diverse tra loro quanto le vite di qualsiasi altro individuo», mostrandoci come, da questo punto di vista, ogni definizione rigida della figura a dell’artista risulti in  qualche modo inadatta e desueta. 

Ciò che è importante è piuttosto riflettere su quella capacità dell’artista di veicolare, attraverso l’atto creativo, una certa idea di etica ed estetica, proprio quella che ognuno di noi, come singolo individuo, come singolo corpo, è chiamato a portare avanti nel momento in cui si trova a dover scegliere che posto occupare nel mondo. 

Si tratta di riconsiderare il modo di concepire la creatività, soffermandosi sul peso che questa dovrebbe avere nei confronti del mondo e delle coscienze che lo abitano. Da questo punto di vista la creatività possiede un grande potenziale rivoluzionario dal momento che ci permette di partire da noi, dal nostro approccio alla vita, dal nostro desiderio, per poi cercare di diffondere questo modello attraverso le nostre pratiche di vite, agli altri attorno a noi. 

È per questo che amo molto  l’espressione «living beauty» coniata da Richard Shusterman, filosofo pragmatista famoso per i suoi contributi nel campo dell’estetica pragmatista. Vivere la bellezza ci riporta all’idea della filosofia come arte di vivere, o meglio come  l’idea del vivere la propria vita come un progetto estetico. 

Soffermarsi su come la vita stessa possa essere considerata una forma d’arte - l’arte di vivere, appunto - ci fa riflettere sulla importante correlazione tra  la dimensione vivida, vissuta dell’arte e della creatività, e l’idea di contribuire alla bellezza mediante le nostre, personali e individuali pratiche di vita. 

 

 

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Simone Forti è artista, coreografa, ricercatrice, tra le figure più rilevanti della danza contemporanea. Delle cosiddette tersicore in sneakers, pioniere della post modern dance americana che si è sviluppata negli anni ’60 in quel laboratorio di pensiero e azione che fu il Judson Theatre, ha rappresentato forse lo sguardo più eversivo, sfuggente alle regole e a ogni forma di normativizzazione del movimento.
La sua opera ha contribuito a interrogare il corpo rispetto all’ambiente, agli oggetti e al suono e a ridefinire quello che oggi chiamiamo danza, attraverso una ricerca che si traduce in forme diverse - disegni, performance, scritti, coreografie, video - e che vede nella singolarità e nell’irriproducibilità dell’esperienza e del sentire il centro della sua indagine.
 
 
Fonte: Danzare attraverso. Dialoghi interspecie negli Zoo Mantras di Simone Forti, in Animot - l'atra filosofia, numero unici/2021.

Fiori di prugno.
Sull'aria profumata,
improvviso,
si leva il sole.
Un sentiero montano.


Bashō

by Silvia Congiu  /  January 25th 2022

Da Platone a Dewey.



Viaggio filosofico nell'universo del corpo

Siamo abituati a pensare alla filosofia come ad un’attività intellettuale che di tutto si occupa, tranne che del corpo.
In effetti una lunga tradizione filosofica, a partire dalla riflessione socratico - platonica ci ha insegnato che l’essenza dell’uomo è la sua dimensione interiore.
A questo si aggiunge la visione occidentale della cura, che tende a svalutare la materia, il corpo, per elevare a cosa di valore solo l’attività razionale della mente. Considerando il corpo come un servo, o uno strumento della mente, la filosofia lo ha spesso ritratto come un inganno, luogo di tentazione e sofferenza.
D’altronde, come lo stesso Dewey sosteneva ‘non esiste niente di così disastrosamente affetto dalla tradizione di separazione e isolamento quanto questo particolare tema del corpo-mente’.

In realtà è proprio a partire dalla formulazione di un pensiero rispetto al corpo che sorge il pensiero filosofico del ‘900, se per corpo intendiamo non solo il corpo vivente ma l’essere e la realtà stessa. Se ci riferiamo non al Korper (corpo inteso come corpo anatomico o compagine somatica), ma al Leib (l’essere un corpo), distinzione operata da Husserl.

Il corpo inteso come Leib quindi fa riferimento alla dimensione profonda del corpo vivente, all’essere umano inteso come intreccio tra la coscienza di sé e l’apertura agli altri.

Concepita come un’arte del vivere, la filosofia dovrebbe occuparsi da vicino della coltivazione e della cura del corpo senziente attraverso il quale viviamo. Per coltivazione del corpo intendiamo tutte quelle pratiche utili ad innalzare il suo sentire somatico. Pierre Hadot diceva che la filosofia riguarda il modo in cui percepiamo la vita; e la percezione richiede sempre l’utilizzo dei sensi, e quindi il coinvolgimento del corpo.

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          esterno | sotto-esterno

 

"Petalo dopo petalo, la margherita si sfoglia, fino al penultimo petalo. E allora lo spettatore attento, appassionato, che cosa vede? Niente".

 

Eugénie Lemoine-Luccioni, Da Mallarmè a Barthes, in  Psicoanalisi della moda.